Giulia Calvanese
Giulia Calvanese

I Miei Simboli


I Cerchi

Ormai, i “miei dischi dorati” sono la firma stilistica delle mie opere e vogliono essere un rimando sia al mondo interiore sia al Mondo delle Idee di Platone. Il cerchio è simbolo di infinito, immutabilità, completezza, Eternità (ed eterno ritorno) e del Creato. Amo molto questa figura geometrica, anche per la portata ancestrale che ha. Il mondo in cui viviamo, le stelle da cui proveniamo, i pianeti, l’ovulo che ci ha dato la luce, sono tutti di forma circolare più o meno perfetta. È una forma familiare, atavica, insita in noi. I “miei” cerchi non sono perfetti. In natura non esistono cerchi perfetti, anche se in modo astratto e teorico possiamo idearli, calcolarne le dimensioni e percepirne l’Idea. Con la loro imperfezione voglio sottolineare proprio questo aspetto: non possono essere perfetti perché sono appartenenti al “nostro mondo” terreno, umano, finito. Sono il riflesso di immagini, Idee, perfette che, come Platone direbbe, esistono nell’Iperuranio e che da noi sono percepibili in modo nebuloso ed incompleto, con l’intelletto o con la profondità del nostro sentire più intimo. Ed è questo il mio ruolo di artista e lo scopo dell’arte che ho in dono, con le parole di Paolo VI: “carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parole, di colori, di forme, di accessibilità…”. In altre parole: tradurre in un linguaggio finito e sensorialmente percepibile ciò che è l’esatto contrario, infinito e non “tangibile” dai nostri cinque sensi umani. Nello specifico caso di questa mostra, oltre a dischi dorati, sono osservabili, specialmente nelle “Memorie di Cielo”, dischi d’argento. Ho voluto infatti usare un inchiostro cromato per rievocare l’effetto di riflessione che è tipico degli specchi, questo per suggerire l’idea che “siamo nelle stelle”. Lo spettatore, infatti, si può teoricamente riflettere in quei dischi-stelle e realizzare che anche lui appartiene alla dimensione celeste rappresentata.


Il Sale

In molte opere presenti in questa raccolta potrete trovare dei grani di sale. Questo elemento accompagna la mia ricerca artistica ormai da molto tempo ed è stato anche il soggetto della mia tesi di diploma all’Accademia di Brera. Oltre a permettermi di creare effetti peculiari se usato con l’acquarello o in generale con colori ad acqua, è anche un simbolo particolarmente ricco di significati. Per le sue caratteristiche fisiche, il sale preserva e conserva, è alimento importante per il sostentamento dell’uomo ed è l’elemento che porta sapore ed arricchisce. Molti artisti lo hanno citato nelle loro opere, da Leonardo nella sua “Ultima Cena” ad Anselm Kiefer nella mostra “Salt of the Earth” che ha allestito ai Magazzini del Sale di Venezia; e molti lo usano direttamente nelle proprie opere come Motoi Yamamoto o Bettina Werner. Nel contesto di questa mostra, l’ho utilizzato per sottolineare la necessità di conservazione. Se con i miei dipinti sono riuscita a “recuperare” alcune Memorie di Cielo, è necessario conservarle per poterle tramandare come fotografie in un album di famiglia. Che cosa meglio del sale, che è conservante e al tempo stesso memoria di antichi oceani e mari scomparsi, potrebbe mantenere, proteggere e “traghettare” verso il futuro, i nostri ricordi ancestrali?


Gli Strappi

Vi potreste accorgere che alcuni dei miei dipinti su carta sono strappati. È un’azione che compio di proposito, non per distruggere l’opera finita che non soddisfa i miei personali canoni da artista, ma bensì per comunicare un concetto del tutto diverso. È bene precisare che strappo la superficie su cui lavoro prima di mettermi all’opera; la potrei considerare una azione che fa parte della preparazione per accogliere lo strato pittorico. Questo atto porta con sé una carica simbolica che diventa parte dell’opera stessa. Lo strappo sottolinea che ciò che abbiamo davanti è parte di qualcosa di più ampio, non visibile, in un certo modo “assente” ai nostri sensi. Da artista prevalentemente di stampo pittorico, come già detto, la mia missione è quella di tradurre nel linguaggio visivo qualcosa che neanche io posso comprendere completamente. Le opere che realizzo non sono che brandelli, piccoli pezzi, lacerti, di un Qualcosa meravigliosamente inimmaginabile che posso appena sfiorare con la mia sensibilità artistica. Quelli che potete vedere in questa mostra, sono quindi frammenti di una realtà più grande che percepisco profondamente e che cerco, in modo del tutto imperfetto e incompleto, di donarvi per farvi in qualche modo intuire quanto di più illimitato, infinito ed eterno esista.



Come diceva Dante, di cui in questo anno celebriamo particolarmente lo splendido ingegno:

“Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende; 6
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.”
Paradiso, Canto I, versi 4-9

O come Shakespeare dichiarava attraverso forse il suo più tormentato personaggio:

“ Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, che non sogni la tua filosofia.”
Amleto, Atto I, Scena V

Mai impresa fu più folle, impossibile e infinitamente appassionante di quella di noi artisti, piccoli e sbalorditi narratori di Infinito Inimitabile.

Giulia Calvanese, Milano 2021